Metavvocato
  • Blog
  • Chi sono
  • Coaching per avvocati
  • Contatto
  • Metashop
  • Prenota
  • Menu Menu
  • Carrello Carrello
    0Carrello
  • Collegamento a LinkedIn Collegamento a LinkedIn Collegamento a LinkedIn
  • Collegamento a Facebook Collegamento a Facebook Collegamento a Facebook
  • Collegamento a X Collegamento a X Collegamento a X
  • Collegamento a Youtube Collegamento a Youtube Collegamento a Youtube

Batteri con la toga

Storie, Strategia

Once upon a time

C’è stato un tempo, e non è poi così lontano se lo si misura con il metro sbagliato che è quello della vita di un uomo solo, in cui le cellule non avevano ancora scoperto il piacere di scambiarsi qualcosa, si limitavano a dividersi in due, identiche a se stesse, come uno scriba che copiasse lo stesso rigo per l’eternità senza mai correggere un errore, e infatti gli errori restavano, si accumulavano. Aspettavano solo che passasse il virus giusto per trovare un intero popolo di copie ugualmente indifese davanti a lui; poi, più di un miliardo di anni fa, qualcosa cambiò, due cellule impararono a mescolarsi invece di replicarsi, e da quel giorno la vita smise di essere una fotocopia e cominciò a essere una scommessa, il che, si dirà, è un modo elegante per dire che cominciò a essere pericolosa, ma pericolosa nel modo giusto, perché di fronte al virus che sa uccidere solo chi porta un certo disegno nel sangue, sopravvive non chi è più forte, sopravvive chi è più diverso.

Ora, chi scrive queste righe non è biologo, e nemmeno finge di esserlo, ma un (met)avvocato che si ostina a guardare le cose da lontano finendo sempre per trovarci dentro se stesso, ed è così che la vecchia storia del sesso e del virus è diventata, in una mattina che avrebbe dovuto essere dedicata a tutt’altro, la storia degli studi legali italiani, tutti costruiti sullo stesso disegno, la stessa laurea, lo stesso praticantato, lo stesso modo di ragionare per articoli e commi, tutti ugualmente pronti a morire insieme il giorno in cui arriverà, e sta già arrivando, un virus capace di leggere quel disegno meglio di chiunque altro; perché diciamolo con la franchezza che meritano i clienti che pagano la parcella, l’intelligenza artificiale non è un concorrente, è un patogeno specializzato, sa fare esattamente quello che quasi tutti gli avvocati sanno fare, e lo sa fare senza stancarsi, senza dormire, senza mandare la fattura.

Esagerazione o verità?


Si dirà che esagero, che paragonare uno studio legale a una colonia di batteri clonati è un’offesa, e forse lo è, ma le offese, quando sono vere, sono le uniche che vale la pena di ascoltare fino in fondo; e la verità, questa volta, è semplice come un bilancio in perdita: chi si riproduce sempre uguale a se stesso non muore per cattiveria del destino, muore per mancanza di varianti, muore perché non aveva previsto che un giorno sarebbe arrivato qualcuno, o qualcosa, capace di riconoscere il suo disegno e di colpirlo esattamente lì.

E allora la domanda non è più se l’intelligenza artificiale toglierà lavoro agli avvocati, la domanda è quale avvocato, tra i tanti identici, sopravvivrà; e la risposta, per quanto scomoda, è la stessa che la biologia ha già scritto un miliardo di anni fa, sopravvive chi si è ibridato, sopravvive chi ha smesso di essere una copia e ha accettato di diventare un incrocio.

Ibridarsi si può fare in due modi, e nessuno dei due è più nobile dell’altro. C’è l’ibridazione che viene da fuori, l’avvocato che smette di lavorare da solo e si lega, sul serio, non a parole, a chi porta uno sguardo diverso sullo stesso problema del cliente, il consulente che legge i numeri dove l’avvocato legge le norme, lo psicologo che legge le persone dove l’avvocato legge le parti in causa, l’economista che legge il rischio dove l’avvocato legge la responsabilità, l’artista che legge la forma dove l’avvocato legge il contenuto; e c’è l’ibridazione che viene da dentro, quella più difficile perché non richiede di trovare qualcuno, richiede di riconoscere qualcuno che è già lì, nella propria biografia, sepolto sotto la toga, l’avvocato che ha fatto altro prima di studiare legge e non lo dice mai, che ha avuto una vita prima della professione e la tiene chiusa in un cassetto come se fosse un difetto invece che l’unica cosa che nessun modello linguistico, per quanto addestrato, potrà mai avere: una storia irripetibile.

Non c’è verità più antica, e più scomoda, di questa: la specie che non cambia disegno non muore per il virus, muore per l’illusione di essere al sicuro proprio perché è rimasta uguale.

 

Casi reali: non ipotesi

E qui la storia, quella vera, quella con i nomi e le date, ha già scritto due volte lo stesso racconto, una volta a lieto fine e una volta no, come se il destino avesse voluto lasciare un manuale a chi fosse arrivato dopo. Nell’immediato dopoguerra la Michelin era già leader del suo mercato, faceva pneumatici a struttura diagonale che vendevano bene, che nessuno le chiedeva di cambiare, e proprio in quel momento di forza, nel 1946, brevettò il pneumatico radiale, un disegno tanto diverso da quello che l’aveva resa leader che avrebbe potuto, da solo, mandare in soffitta tutto il suo catalogo precedente; lo fece comunque, e in meno di dieci anni il mondo intero smise di produrre pneumatici in altro modo. Michelin non innovò perché temesse di morire, innovò perché essere leader le dava il permesso, e le risorse, di cannibalizzare se stessa prima che lo facesse qualcun altro.

Kodak, che era leader quanto e più di Michelin: ebbe la stessa occasione e la trattò in modo opposto. Nel 1975 un suo ingegnere, Steven Sasson, costruì con pezzi di scarto del laboratorio la prima fotocamera digitale della storia; la portò ai vertici dell’azienda, la fece funzionare davanti a loro, e i vertici capirono benissimo cosa avevano tra le mani, tanto che nel 1978 ne brevettarono la tecnologia, ma vietarono a Sasson di parlarne fuori dai laboratori, di mostrarla, persino di nominarla. La mutazione, insomma, non mancava, Kodak ce l’aveva già dentro il proprio corpo, esattamente come Michelin; la differenza è che Michelin lasciò che il nuovo disegno si riproducesse, e Kodak lo chiuse in un cassetto per proteggere il vecchio, quello delle pellicole, che rendeva miliardi. Sei anni dopo fu Sony a occupare lo spazio che Kodak aveva lasciato vuoto per paura; nel 2012 Kodak dichiarò fallimento, uccisa non dall’assenza di un’idea, ma dal rifiuto di farla nascere.

Questa è la vera lezione, ed è più fine di quanto sembri a prima vista: non basta possedere il gene ibrido, bisogna anche avere il coraggio di lasciarlo esprimere, anche quando minaccia esattamente quella parte di sé che oggi porta il pane a casa. Chi tra voi, in questa sala, ha già dentro di sé un pezzo di competenza non giuridica, un’esperienza, un talento, uno sguardo che non c’entra nulla con il codice civile, sappia che il problema non è averlo, siamo pieni tutti di mutazioni non ancora espresse; il problema è se lo si lascia nel cassetto per paura di cannibalizzare l’immagine di avvocato che ci si è costruiti fino a oggi, o se lo si lascia correre, come fece Michelin, prima che qualcun altro, magari una macchina, occupi lo spazio che si è lasciato vuoto.

 

I greci l’aveno capito prima

E se serve un’immagine più antica di Michelin e di Kodak, i greci l’avevano già raccontata, con la storia di Atalanta e Ippomene. Atalanta correva più veloce di chiunque, nessun pretendente riusciva a starle dietro, e chi perdeva la sfida di corsa con lei pagava con la vita; era, in ogni senso che conta, la leader indiscussa della sua corsia. Ippomene, che da solo non aveva speranza, non provò a diventare più veloce di lei, lasciò cadere lungo il percorso tre mele d’oro, e Atalanta, ogni volta, si chinò a raccoglierle, perché erano belle, perché erano lì, perché il vantaggio accumulato le sembrava così ampio da potersi permettere una distrazione dopo l’altra; alla fine arrivò seconda. Non perse per mancanza di velocità, perse perché si fermò a raccogliere ciò che luccicava nel momento sbagliato, convinta che il proprio vantaggio fosse una rendita e non una corsa ancora in corso. Kodak si chinò sulla mela d’oro del fatturato delle pellicole; Nokia si chinò su quella dei telefonini che vendeva a milioni proprio mentre nasceva il primo smartphone; Motorola si chinò sulla propria rete di distribuzione e sui margini del cercapersone e dell’analogico mentre il digitale già correva altrove; e gli avvocati del Novecento, generazione dopo generazione, si sono chinati sulla mela d’oro della rendita di posizione garantita dall’albo, convinti che bastasse essere iscritti per restare davanti a tutti. In ogni caso la velocità non mancava, mancava la disciplina di non fermarsi a raccogliere l’oro sparso apposta sul percorso da chi, non potendo competere sulla corsa vera, ha imparato a vincere distraendo chi correva già in testa.

Quindi, se hai letto fin qui, forse è perché qualcosa già lo sapevi, e stavi solo aspettando che qualcuno te lo dicesse chiaro. Comincia da lì. Scrivi, oggi, non domani, quale pezzo di te non hai ancora fatto entrare nel modo in cui eserciti la professione; e se lo trovi già scritto da qualche parte dentro di te, chiuso in un cassetto come il brevetto di Sasson, tiralo fuori prima che lo faccia qualcun altro al posto tuo. E se non lo trovi da solo, se il cassetto è chiuso da troppo tempo e hai perso la chiave, scrivimi, il lavoro dell’archeologo è proprio questo, tirarlo fuori insieme.

 

Condividi questo articolo
  • Condividi su Telegram
  • Facebook Facebook Condividi su Facebook
  • Whatsapp Whatsapp Condividi su WhatsApp
  • Linkedin Linkedin Condividi su LinkedIn
  • Mail Mail Condividi attraverso Mail
2 commenti
  1. Diletta Bianco
    Diletta Bianco dice:
    15/07/2026 in 12:27 PM

    Pensavo che gli avvocati fossero ormai quasi come i medici, ciascuno con la propria specializzazione

    Rispondi
    • Andrea Buti
      Andrea Buti dice:
      15/07/2026 in 5:25 PM

      In qualche caso lo sono, ma non è la regola: molti sono generalisti (e attendisti…) con un offerta omologata che li rende quasi una commodity. Ibridati ce ne sono pochissimi…

      Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Categoria

Tag

antifragilità ascolto attivo avvocatura burnout cambiamento civilista tuttofare comunicazione Concorrenza differenziazione efficacia identità professionale mindset posizionamento professione avvocato relazione con il cliente riflessione strategica soft skills strategia studio legale valore valore professionale

Articoli recenti

  • Batteri con la toga 15/07/2026
  • L’etica nel cesso? Effetti dell’intossicazione giuridica. 23/06/2026
  • Cosa compra davvero un cliente quando sceglie un avvocato 04/05/2026
  • Il posizionamento: un contratto con il mercato 04/05/2026
  • L’ascolto profondo come strumento professionale (non è therapy, è business) 04/05/2026

Commenti recenti

  • Andrea Buti su Batteri con la toga
  • Diletta Bianco su Batteri con la toga

INFO

Andrea Buti

Via Pallotta, 15
62032 Camerino (MC)

PIVA 01198830430

©2026 digitalsynergy

PRIVACY & COOKIE Policy

  • Privacy Policy
  • Cookie Policy

ACCOUNT

  • Il mio account
  • Pagamento
  • Carrello
  • Termini & Condizioni

ISCRIZIONE NEWSLETTER

Invio
Collegamento a: L’etica nel cesso? Effetti dell’intossicazione giuridica. Collegamento a: L’etica nel cesso? Effetti dell’intossicazione giuridica. L’etica nel cesso? Effetti dell’intossicazione giuridica.
Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
  • Gestisci opzioni
  • Gestisci servizi
  • Gestisci {vendor_count} fornitori
  • Per saperne di più su questi scopi
Visualizza le preferenze
  • {title}
  • {title}
  • {title}
WhatsApp us